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La mia storia nel sindacato

Rino Caviglioli, intervista autobiografica su un ventennio di attività nella Cisl - a cura di Bruno Liverani

Rino

 Sono nato a Roma, il 15 agosto 1941, nel popolare quartiere Prenestino, vicino al luogo dove poi fu costruita la chiesa di San Leone. Mio padre era tranviere, un posto di lavoro povero, ma  sicuro e relativamente apprezzato nella scala sociale. Aveva fatto per alcuni anni il carabiniere, poi aveva conosciuto mia madre. Allora i carabinieri potevano sposarsi solo in età piuttosto avanzata per il tempo, ma lui voleva la sua donna: lasciò l’arma e fece per un po’ di tempo il muratore, all’Eur in costruzione, finché riuscì ad entrare all’Atac, come si chiamava allora l’azienda tramviaria romana. Mia madre, dopo aver fatto la sarta in casa per qualche tempo, s’era fatta casalinga per accudire lui, me e le tre sorelle che mi circondavano, Lina Laura ed Enrica, due più grandi e una più piccola. Abruzzese mia madre, umbro mio padre.

Davanti le finestre di casa, nel cortile interno, c’era un piccolo orto, che mio padre  aveva inventato e coltivava, ricordo e retaggio della sua ripudiata origine contadina, distribuendone poi i prodotti anche agli altri inquilini del palazzo. Di fianco un grande spazio libero che chiamavamo pomposamente “i giardinetti”, anche se non c’era né una pianta né un filo d’erba. Comunque era uno spazio libero per giocare e per le giostre itineranti. Poi lì hanno costruito la chiesa di San Leone con un piazzale davanti e, accanto, il campo sportivo, i locali per le attività dei gruppi e delle associazioni religiose,  le abitazioni per i sacerdoti e per le suore. Tra i sacerdoti arrivò Don Luigi Di Liegro, il “mio prete”.

La tua era una famiglia cattolica?

Si. Mio padre era democristiano convinto: non potrei dire proprio di destra, ma di orientamento fanfaniano, seriamente anticomunista. A quel tempo Fanfani era un animale un po’ strano che, a idee democratiche e socialmente aperte, associava pulsioni populiste e autoritarie. Ai miei genitori ho dato sempre del voi, anche quando le mie sorelle passarono lentamente al tu. È solo in una piccola chiesa di un obitorio d’ospedale che, dicendo parole di dolore, ho salutato per la prima volta con intimità la mia mamma. Con mio padre invece l’intimità non arrivò mai. Era ancora un genitore di quelli che, diceva, i figli si baciano solo quando dormono. E riteneva salutari due sberle quando i figli andavano puniti. Una volta, ero alle medie, fu convocato dalla scuola. Entrò in classe e parlò a lungo con l’insegnante. Tornato a casa dal lavoro, la sera, si lasciò baciare come sempre, poi si sfilò la cinghia e me le diede con furore tanto da segnarmi il corpo. Alla fine intervenne mia madre, io gridavo e lui piangeva silenziosamente. La cosa non si ripeté mai, ma con tutto l’amore che mi regalò per il resto della sua lunga vita non riuscì più a comperarsi un po’ di intimità. Non ne vado fiero, non ci riuscii.

La mia via ha ceduto poco al progresso: qualche ritocco e “le baracche” sono state trasformate in “villinetti”, il vecchio “carbone e legna” vende ora detersivi e qualche elettrodomestico, lì sono ancora latteria e bar dove si comprava il gelato da  cinque lire, uno dei più grossi, vicini alle case dei miei amori giovani, quando volevo sposare tutte le ragazzine che mi piacevano. Al Prenestino gli amici li trovavi sotto casa, all’angolo della strada, sulla staccionata dei giardinetti, in parrocchia: erano quelli i luoghi della socializzazione. Gli amici di sempre, quelli che hanno accompagnato la mia vita, che ritrovavo subito dopo che ero stato via da Roma più di quindici anni: Pino, nato quindici giorni prima di me e al quale ho rubato una parte del latte materno, Enzo  che ci portava a Pereto a passeggiare in montagna e poi a sparare alle lucertole mentre sua madre cucinava per tutti noi, e poi Nando il più buono colpito ancora giovane da un infarto, e Salvatore che riusciva sempre ad avere più dubbi di me, su tutto. Enzo era quello deputato, da me e Pino, a “fare a botte” per tutti. Non era aggressivo, non cominciava mai per primo una lite, ma se qualche ragazzo di altre piccole bande si permetteva una parolaccia, era pronto l’invito ad “andare al pratone” e vedersela lì, in un luogo spesso deserto. Poi lungo la strada, riconoscendosi innocente, si voltava all’improvviso e cominciava  picchiare.

La mia casa è sempre stata una casa aperta agli amici, malgrado fosse di appena due stanze: una grande cucina e una grande camera da letto, con un bagno ricavato dall’appartamento accanto. Dopo la guerra, una famiglia, che s’era dichiarata “sfollata”, aveva occupato buona parte del nostro appartamento. Il fatto provocò un conflitto di anni, fatto di ritorsioni e dispetti, e solo crescendo noi figli siamo stati portatori di pace. Non so come abbiano fatto i miei a reggere quella situazione, con i “turni spezzati” di mio padre e con tre figli in camera da letto. La sera, sotto le coperte, sentivamo “Briscola!” alla radio. Solo anni più tardi mi sono venuti alla mente e ho compreso quei respiri repressi di mio padre che si esaurivano in respiri liberatori e un po’ affannosi… Eppure hanno retto.

Prima che fosse costruita San Leone frequentavo la chiesa di Sant’Elena, dove avevo fatto tutta la trafila nell’azione cattolica: fiamma bianca, poi verde, rossa, quindi pre-ju e ju (juniores). Ci tenevamo a distinguerci dagli altri gruppi associativi, come l’oratorio o gli scout; noi eravamo l’Azione Cattolica: “qual falange di Cristo Redentore / la gioventù cattolica è in cammino … bianco padre che da Roma / ci sei meta luce e guida…” eravamo solo noi a cantarla, piccoli apostoli pronti a molto, se non a tutto, per portare il dono della fede a chi ne era privo. E ci faceva un certo effetto. Adunanze, falange, non coglievamo di certo l’ambiguità del linguaggio. E apostolato era la parola più ricorrente. Ecco il mio ambiente: Roma, un quartiere di periferia, il Prenestino, un prete, una chiesa, l’Azione cattolica, gli amici, una famiglia che viveva assai modestamente: forse eravamo poveri, ma non me ne sono mai accorto.

Prima di procedere vorrei dare una spiegazione. Questi appunti sui miei ricordi e sul fare sindacale, sono iniziati con un racconto su di me e sul mio profondo coinvolgimento emotivo. Non intendo affatto negarlo: tale stato ha accompagnato tutta la mia esperienza sindacale. Per questo il sindacato mi ha cambiato, ha segnato la mia vita e quella della mia famiglia. Secondo me chi lavora con le persone non può far vincere solo la ragione, il calcolo e la freddezza. Sono qualità ottime, ma solo se messe al servizio della passione: chi lavora con gli uomini deve mettere in gioco la sua anima, un po’ deve regalarla e un po’ rubarla. Ancora oggi continuo a pensare che una politica, una organizzazione, una istituzione senza anima possono attirare solo le persone “interessate”, nel senso che partecipano solo per loro diretto interesse personale.

Cosa ricordi della tua esperienza nell’Azione Cattolica con Don Luigi Di Liegro?

Don Luigi aveva sostituito il vecchio motto “preghiera azione sacrificio”, che campeggiava in un grande scritto nel salone dell’Azione Cattolica, con “vedere giudicare agire”.  Il nostro gruppo si riuniva la sera, ciascuno esponeva un fatto che nel corso della settimana gli era parso interessante, se ne sceglieva uno da discutere, ci si ragionava attorno per individuare il significato di quello che era successo e di lì si traeva un insegnamento da riportare nella vita. E allora scompariva la via di uscita facile tramite le parole: apostolato sì, ma rivolto a chi? Per dire cosa? E chi è il tuo prossimo? Non chi dice Signore Signore… Attorno a noi ci sono soprattutto i poveri e i più poveri, “stanno bene” le famiglie dei tramvieri, dei ferrovieri, degli statali se non hanno troppi figli. Di ricchi in zona non se ne vedono ma si sa che esistono. E, nel racconto dei casi individuali, la povertà si fa concreta e si vede la violenza che è nei fatti che accadono e nelle persone. Il nostro posto è lì, con i poveri, con i deboli, con i giusti che vengono messi in croce anche se hanno ragioni e speranze. Vedere giudicare agire, il nostro posto è con gli umili, che sono grandi, anche se hanno tolto loro beni materiali, parole, sapere. Perché ogni persona, ci diceva Don Luigi, è un universo unico e irripetibile di bisogni, affetti, aspirazioni,  idee, è la concentrazione della storia dell’universo e della salvezza in un punto. Il chiodo era stato piantato e ben in profondità.

La società moderna si mostrava sempre più nuda e sporca nei suoi punti di debolezza.
Giustizia dunque, e diritti per persone, per i lavoratori, per la classe. Vedere, giudicare, agire… Forse allora non coglievamo appieno la modernità di un metodo che, mezzo secolo dopo, sarebbe stato inglobato dal femminismo per le sue battaglie politiche. Don Luigi aveva importato dalla Joc, la gioventù operaia francese, il Movimento lavoratori dell’Azione Cattolica, che fondò in Italia, e la “revisione di vita”, che insegnò al  nostro cervello ad affrontare criticamente la realtà quotidiana. Noi ragazzi, io Pino Enzo Salvatore Nando e altri, con l’aiuto di Don Luigi, e con la presidenza di Enrico Ziantoni, autotassandoci, fondammo perfino un “Centro di cultura operaia” che editò per qualche mese i suoi “Quaderni”, dei quali conservo  qualche copia. Sotto le spoglie di un circolo ricreativo, per altro adeguatamente attrezzato con biliardi, pin pong e palestra, proponevamo incontri in libertà sui temi sociali del momento e cineforum: forse talvolta esageravamo nella ricerca di una nuova spiritualità, ad esempio proponendo Ingmar Bergman, che era il nostro regista preferito, con la sua trilogia e “Il settimo sigillo” in bella vista. Ma non ricordo episodi di rifiuto.  Un centro di cultura operaia a Roma all’inizio degli anni sessanta, a Roma città della burocrazia e del pubblico impiego? Ha avuto inizio così, nella mia testa prima ancora che nella pratica quotidiana, la mia esperienza associativa. Intendiamoci: a quel tempo avevo una idea assai vaga di cosa fosse il sindacato, il lavoro operaio in fabbrica, i metalmeccanici da me conosciuti riparavano moto e autoveicoli…

Quale è stato il tuo percorso scolastico?

Elementari, medie, istituto tecnico per geometri. Conseguito a fatica il diploma ho fatto qualche tentativo per esercitare la professione, ho frequentato un paio di cantieri edili. Ricordo ancora gli sguardi divertiti dei muratori quando scoprivano i miei passi incerti su una impalcatura traballante ai piani alti: “… venga ingegnè, se regga al tubo…”.  No, non era il mestiere per me e decisi che avrei fatto altro nella vita.
Fui fortunato. Enrico Ziantoni era responsabile quadri della Cisl e gestiva il reclutamento dei giovani da inviare al Centro Studi di Firenze. Qui, per essere ammessi, bisognava fare prima un corso per corrispondenza di sei mesi, per i quali la Cisl forniva i sussidi dell’Istituto Sociale Ambrosiano, allora sotto la guida del professor Zaninelli, sull’economia, la contrattazione, le organizzazioni sindacali, il pluralismo sociale. Nel corso dei sei mesi c’erano un paio di verifiche. Del nostro gruppo di Azione Cattolica fummo scelti in due per partecipare, uno superò l’esame finale, ero io. Mi resi conto allora che la mia vita poteva cambiare.

Dopo il corso ti aspettavano quattro mesi al “Centro studi” di Firenze: un posto magnifico, verde e silenzioso, dove si studiavano, insieme alla storia del sindacato,  economia e tecniche contrattuali, e si  facevano esercitazioni e ci si scambiava le parti tra sindacalisti e imprenditori. Poi un periodo di sperimentazione: sei mesi in un posto che non conoscevi a fare il sindacalista. A me toccò Milano e quindi Sesto San Giovanni, la “Stalingrado d’Italia” come veniva affettuosamente chiamata allora…

In che anni siamo?

Tra la fine del 1961 e l’inizio del 1962. Avevo vent’anni! A Milano c’era Pierre Carniti, e alla Fim di Sesto S. Giovanni, dove mi aveva mandato ad operare, c’era Regina, che sarebbe diventata la compagna della mia vita. Quell’andata a Milano ha segnato il mio destino, ha dato una direzione e un senso alla mia vita.

Sindacalista della Fim a Sesto San Giovanni era Sebastiano Gilardi. L’attività prevalente di un sindacalista di base era “costruire l’organizzazione”, che poi significava sostanzialmente due cose: tenere i rapporti con gli attivisti e fare informazione, cioè stampare migliaia di volantini  al giorno col ciclostile e andarli a distribuire davanti alle fabbriche. All’inizio avevo uno “Zigolo”, una Moto Guzzi di piccola cilindrata allora mitica. Talvolta andavo a distribuire i pacchi di volantini con Regina, lei cercava di tenersi alla mia vita senza stringersi, finché un giorno le nostre mani si sfiorarono… Ero rimasto per sei mesi nello stesso ufficio dandole del lei…

Quell’anno andai in vacanza con Don Luigi, con una Fiat 500 e una tendina da campeggio, tra le montagne dell’Austria e della Selva Nera. Al ritorno   gli volli far conoscere Regina e così fece il suo ingresso in casa sua il primo ospite che lei ricordasse. La sera dove campeggiare nel cuore di Sesto S Giovanni? Gli alberghi non facevano per noi, ci accomodammo quindi con i nostri materassini gonfiabili sul pavimento della Cisl. Il secondo ospite fu Ziantoni: veniva da Roma, fu invitato a cena con una qualche rigidità dalla mamma di Regina. La disabitudine all’accoglienza l’aveva portata a chiudersi, a diffidare di tutti. Poi, energica come sempre, si accinse a dirigere il traffico. Ziantoni rimase qualche secondo in silenzio, poi: “…mamma mia che suocera…!” sbottò, metà serio e metà divertito. Qualche attimo di gelo poi tutto si stemperò in una risata collettiva. Non seppe mai cosa aveva rischiato, solo a me era consentito sfottere e sentirmi a casa mia in quella casa. Il piccolo Salvatore, il fratello di Regina, nascondeva a fatica la sua gelosia.

Allora tu eri operatore della Cisl?

No, ero operatore della Fim: Carniti aveva già provveduto a “verticalizzare”, a dare un profilo autonomo alla categoria. C’erano anche  operatori delle altre categorie, ma a Sesto i metalmeccanici erano di gran lunga prevalenti, attorno ai 25.000.

Allora la contrattazione nelle aziende non era ancora frequente. Ci fu qualche caso isolato, spesso in vecchie aziende  dove la Fiom aveva un peso schiacciante. Tra queste ricordo la OSVA, una azienda di elettrodomestici, soprattutto cucine a gas. Lì si contrattava tutte le settimane. La Fiom aveva come operatore un personaggio singolare, Ciccio Fumagalli, già sulla cinquantina, grande e grosso, si avvicinava al quintale. Tra il Fumagalli che era  così e l’azienda  che ovviamente privilegiava i rapporti con la Fiom, per me, ragazzino della Fim che per altro contava poco in quella azienda, era fatica immane riuscire a prendere la parola. Quando ci riuscivo Ciccio mi parlava sopra, andava avanti senza riguardo… Così ho cominciato a capire qualcosa sui rapporti di potere.

Siamo ai tempi della famosa vertenza degli elettromeccanici…

Si era conclusa da poco. Carniti ce ne parlava spesso, ma io non ebbi modo di parteciparvi. Intanto si erano conclusi i sei mesi di sperimentazione e io dovevo tornare a disposizione della Confederazione. “Ma cosa ci vai a fare a Roma?”, mi diceva Carniti. Ma fedele ai miei impegni e sotto la pressione dei miei che non s’erano rassegnati all’idea di sapermi lontano, tornai a Roma. La Confederazione mi propose di andare ad occuparmi del settore industriale a Latina, dove per altro c’era un discreto nucleo di industria metalmeccanica cresciuta con gli investimenti favoriti dalla Cassa per il Mezzogiorno. Ubbidiente mi separai dall’amore appena trovato e andai ad operare a Latina: il sindacato veniva prima. Tornai in casa con i miei, che finalmente s’erano visti assegnare una casa in cooperativa.

Facevo su e giù da Roma. L’esperienza procedeva bene, in Unione ero riconosciuto, stimato… e un po’ sfottuto, come capitava a tutti noi che avevamo fatto il Centro Studi. Comunque l’incarico di responsabile del settore industria mi aveva dato un ruolo piuttosto impegnativo per un ragazzino come me. Poi un giorno mi mandò a chiamare Nicola Di Napoli, storico segretario di Bruno Storti, segretario generale della Cisl. Dopo avermi espresso la stima che l’organizzazione nutriva nei miei confronti, mi disse che per un paio di mesi avrei dovuto sospendere l’attività sindacale per impegnarmi nella campagna elettorale imminente, nella quale Storti era candidato. Ora, se c’era una idea che ci avevano messo in testa al Centro Studi, e che s’era rafforzata poi a Milano, era quella dell’autonomia del sindacato dai partiti, che noi traducevamo brutalmente con l’incompatibilità tra cariche sindacali e cariche politiche. Tutto preso da questa idea gli risposi subito che non avevo alcuna intenzione di mettermi a fare propaganda elettorale. Di Napoli insistette, mi diede un po’ di tempo per pensarci ma dopo una ventina di giorni gli confermai che non avevo cambiato idea.

Un giorno capitò all’Ufficio quadri confederale Carniti, con il quale non m’ero più sentito. “Allora quando torni a Milano?”, chiese senza preamboli. “Quando vuoi”, risposi. E così fu. Mollai tutto, un paio di settimane per chiudere le faccende che avevo in corso a Latina e fare le valigie. Tornai a Milano con gran dispiacere della mia famiglia che aveva messo in croce Ziantoni per tenermi a Roma o dintorni. Era passato più o meno un anno…

Ricordiamo il periodo: si parla di elezioni politiche, quindi siamo nel 1963.

Si, l’anno è quello. Tornai a Milano, questa volta Carniti non mi rimandò a Sesto San Giovanni ma mi assegnò la zona Romana-Giambellino, una zona enorme che conteneva fabbriche come la Fiat-Om, La Lagomarsino, la Redaelli, una zona successivamente divisa in più sedi sindacali ma allora affidata ad un solo operatore. Siamo in un periodo in cui si accentua la verticalizzazione, con la conseguente crescita politica e organizzativa delle categorie, in particolare dei metalmeccanici.

Era forte la Fim in quella zona?

In alcune fabbriche avevamo una discreta presenza, ma il rapporto tra noi e la Fiom era di uno a tre circa. Mi misi a lavorare di lena. Presi di mira alcune fabbriche dove c’erano possibilità di buona crescita, ed ero sempre lì fuori dai cancelli per cercare di costruire l’organizzazione. Mentre prima a Sesto, nel periodo della sperimentazione, ero pagato dalla Confederazione, 50.000 lire al mese (circa 26 euro) cui Carniti aveva aggiunto una integrazione di 5.000 lire, ora ero pagato interamente dalla Fim, 60.000 lire al mese. Insieme a Carlo Ramella, che dopo molti anni alla Fim passò al partito comunista e fece il deputato, avevo preso in affitto una stanza con un cucinino, che aveva i servizi sulle scale. La sera mi accoglieva il caldo della casa di Regina, dove la mamma vegliava rigorosamente sulla sua incolumità sessuale: è un bravo figliolo ma un po’ terrone, aveva detto la prima volta che mi aveva visto. Meglio non fidarsi. Ogni quindici giorni tornavo a Roma dai miei, portandomi dietro i vestiti da lavare: non è che allora si andasse in tintoria, almeno non quelli come me.

Quale era la tua attività prevalente?

Erano gli anni in cui si costruiva l’organizzazione, e non era una impresa facile, anche perché ai sindacalisti non era consentito entrare in fabbrica. Agli ingressi delle aziende c’era quasi sempre una striscia, oltre la quale non potevano andare. Il grosso dell’impegno era assorbito dal contratto nazionale, dal lavoro organizzativo, dal rapporto con gli attivisti e gli iscritti. Non c’era la delega per la trattenuta in busta paga per il sindacato. Con il contratto del 1963 si era conquistato il sistema di finanziamento sindacale con l’assegno: ogni tre mesi veniva messo in busta paga un assegno di mille lire, che poteva essere utilizzato per fare la spesa o per iscriversi al sindacato consegnandolo agli attivisti. Anche di qui venne una spinta significativa alla crescita dell’organizzazione.

In quel periodo cominciava a svilupparsi, anche sull’onda dei risultati del contratto del 1963, la contrattazione aziendale?

Diciamo che allora c’era, più che altro, la nostra richiesta di contrattare nelle aziende, ma non una contrattazione molto diffusa. Ricordo comunque alcune vertenze, come quella alla Fiat-Om, con la polizia che ancora ci teneva sul marciapiede, dall’altra parte della larga strada. Una volta riuscimmo a fare una specie di lungo corridoio lungo il quale si doveva arrischiare chi voleva entrare in azienda e non scioperare. Io ero ancora un po’ a digiuno di vertenze sindacali dure, a Sesto avevo avuto qualche esperienza ma piuttosto leggera. La polizia proteggeva quelli che entravano al lavoro. Ricordo che Pippo Morelli, una persona assolutamente mite e aliena da ogni tipo di violenza, cercava da dietro le gambe dei poliziotti di mollare qualche calcio ai crumiri che entravano a lavorare. Adesso eravamo tutti stati dotati di una Cinquecento Fiat con altoparlante, e con quella ci muovevamo per andare all’alba, nella città nebbiosa e ancora in sonno, all’entrata delle fabbriche dove c’era qualche vertenza, a fare le prediche ai crumiri. Noi, ma quando le vertenze si facevano dure anche sindacalisti di altre categorie, ricordo ad esempio Mario Colombo che allora era segretario dei tessili. Fu lì che, per controllare il  freddo umido che ti entrava nelle ossa da tutti gli spifferi della Fiat 500, mi feci i primi grappini alle sei del mattino…

C’era stata, tra il 1960 e il 1961, la grande vertenza degli elettromeccanici

Si, ma quello era stato un episodio un po’ isolato, per quanto importante, che aveva coinvolto le aziende del settore elettromeccanico. Non riuscimmo a fare altrettanto nel settore auto – dove pure erano numerose e importanti le aziende: Autobianchi, Innocenti, Alfa Romeo, Fiat-Om… – o nella siderurgia presente con Falk, Breda ecc…

Ma la mia presenza a Milano era destinata di nuovo a interrompersi. Un giorno che ero capitato a Roma in Confederazione, incontrai Ziantoni, che mi propose di fare il responsabile confederale dei giovani della Cisl. Non c’era un settore specifico di attività per i giovani, né tantomeno un responsabile. Si trattava quindi di mettere in piedi ex-novo tale attività, per di più tra mille diffidenze di quanti non  ne vedevano proprio l’esigenza, considerando i giovani lavoratori come gli altri. Alla Fim Morelli, Bentivogli e Carniti cercarono di dissuadermi, e tuttavia, un po’ perché quell’impegno nuovo mi attirava, un po’ perché mi ricongiungeva con la famiglia, accettai.

E così decisi di sposarmi e di tornare nuovamente a Roma, questa volta con Regina. Siamo nel 1964. Celebrò le nozze, a Sesto San Giovanni, Don Luigi Di Liegro. Fu lui, tra l’altro, a sposare anche le mie sorelle, a celebrare le nozze d’argento dei miei genitori, a battezzare i miei figli.

Sono stato un po’ vagabondo all’inizio della mia vita sindacale. Ho cercato di cogliere le opportunità che mi si offrivano, ma senza farmi usare. Dunque torno a Roma e mi insedio nell’Ufficio confederale giovani. Ricordo che l’Ufficio personale voleva che timbrassi il cartellino “come tutti gli impiegati”, ed ero quasi nuovamente con le valige in mano quando mi arrivò la comunicazione che mi avevano, anche formalmente, fatto funzionario… Nel frattempo Storti, gran signore che non covava rancori, mi aveva “perdonato”. Segretario organizzativo e mio referente era l’on. Vito Scalia. Mi misi a lavorare come un matto, presi contatto con tutte le strutture regionali, che a loro volta promossero comitati giovani nelle province. Facemmo molta formazione al Centro Studi. Insomma la Cisl cominciava anche a mostrare una faccia giovane. Da parte mia avevo costituito la Commissione nazionale  con i giovani più tosti impegnati nella Cisl: sono sempre stato attratto dalle persone un po’ ribelli, anche successivamente, nella scelta degli attivisti, ho teso a privilegiare quelli con più spirito critico, mi sono sempre apparsi più creativi, più efficaci, più liberi e utili per l’organizzazione.

Come fu che poi tornasti a Milano, dai metalmeccanici della Fim?

Ricordo una riunione della Commissione nazionale giovani a Cagliari, nella primavera del 1964, con la partecipazione di Scalia. Già nel corso del dibattito avevamo cominciato a sfrucugliarlo un po’; quello scapestrato di Franco Bentivogli si rivolse a lui, nel corso del dibattito, declassandolo da onorevole a signor Scalia, a sottolineare la nostra distanza dalle sue posizioni. Votammo un documento che aveva al centro il problema, per noi cruciale, dell’autonomia e della incompatibilità. Il documento circolò nella Cisl come espressione unanime della Commissione nazionale giovani, compreso il sottoscritto, ma senza l’avallo della Segreteria confederale. Quell’episodio segnò un punto di rottura con la Confederazione. Scalia mi convocò, mi disse che Storti non era d’accordo con quello che avevamo fatto e che, per quanto riguardava me, o mi rimettevo in riga o dovevo trovare un altro posto dove fare il sindacalista. Gli risposi che Storti non mi aveva ancora detto nulla e chiesi di parlargli. Così avvenne. Storti mi disse che quelle idee di autonomia e incompatibilità, come noi le sostenevamo, non andavano bene per la Confederazione. “Perché non torni dai metalmeccanici visto che la pensi come loro?”, concluse. In fondo il ragionamento era lineare, avendo una certa idea di organizzazione sindacale.

In quel periodo non eri certo l’unico a entrare in conflitto con la Confederazione sul tema dell’incompatibilità.

No di certo. Il tema dell’incompatibilità, e più in generale dell’autonomia del sindacato, rappresentava una scelta di campo ed era di tutta la “minoranza”. Io fui costretto ad anticipare i tempi. Ma al Congresso del 1969, dopo uno scontro assai aspro, con una relazione dal titolo “Potere contro potere”, Bruno Storti vinse con il 51% dei voti. Di lì a poco lasciarono la Segreteria Confederale o altre collocazioni da dirigenti confederali, per condurre la battaglia da altre strutture della Cisl, di categoria o periferiche: Carniti, che si unì a Macario alla guida dei metalmeccanici, Idolo Marcone, che prese la guida degli alimentaristi, Fantoni della Federpubblici,   Eraldo Crea raggiunse Marcone agli alimentaristi, Sandra Codazzi andò ai tessili, Franco Marini alla Federpubblici, Cesare Delpiano a Torino. Luigi Macario aveva anticipato tutti qualche anno prima, accettando di fare il segretario generale della Fim. Fu lui a farmi la proposta di entrare nella Fim nazionale a curare i giovani, l’organizzazione e la stampa, il modesto ma glorioso “Ragguaglio Metallurgico”. Gianni Bon , l’altro operatore politico, seguiva la contrattazione.

Tornavo così a Milano, dove era la sede della Fim nazionale, tra lo sconcerto dei miei familiari e il silenzio, forse non troppo dispiaciuto, di Regina, che a Roma, da pochi mesi,  aveva messo al mondo Barbara, la nostra prima figlia. Quel giorno c’ero ma non servii a niente. Subito dopo il parto Regina fu presa da un attacco di fame. Era la mattina presto del 22 agosto 1965. Ricordo che girai per il quartiere alla ricerca di qualcosa di decente da mangiare, tornai  in ospedale con un panino e glielo diedi quasi trionfante. Fui gelato dagli sguardi pieni di commiserazione delle suocere….

Alla Fim nazionale mi trovavo bene, l’ambiente era effervescente con personaggi come Carniti, Pippo Morelli, Nino Pagani che, come segretario organizzativo, era il mio referente politico. E poi Bruno Manghi, presente in tutte le occasioni strategiche, anche se quasi sempre con ruoli formali indefiniti. Il lavoro era interessante e gratificante. Da un punto di osservazione tutto sommato poco esposto, potevo vedere le trasformazioni che stavano cambiando il sindacato. Eppure ero irrequieto, scalpitavo, perché quello era pur sempre  un lavoro da funzionario e non da sindacalista sul campo. Arriva così la proposta da parte di Antonio Gilardi di andare a Lecco. Gilardi era operatore a Lecco e, nella sua umiltà, non se la sentiva ancora di fare il segretario della Fim e cercava qualcuno che potesse assumere la responsabilità di quella struttura. Ovviamente accetto con entusiasmo e mi trasferisco. Da Roma m’ero trasferito a Sesto San Giovanni, dove era nato Luca: quella volta non c’ero. Ed ora mi trasferivo da Sesto a Lecco, precisamente a Garlate, in una piccola vallata con un fiumiciattolo che scorreva alle spalle della mia casa ma con un deposito di carburante davanti. Io, Regina, i due figli e nonno Giovanni, che nel frattempo s’era aggiunto alla famiglia. Vecchio membro socialista della commissione interna della Fiom alla Magneti Marelli, era ancora incazzato con i comunisti che, lui diceva, alle feste aziendali gli rubavano il vino. Era generoso, nonno Giovanni, innamorato della figlia; nella sua lunga vita è stato una colonna per i suoi nipoti che forse così hanno sofferto un po’ meno per le mie assenze. Ma ora soprattutto penso che senza Regina non avrei potuto fare la mia vita. Peccato che non glielo abbia mai detto.

In che periodo siamo?

Era stato concluso da poco il controverso contratto del 1966, che aveva sollevato forti contrasti nella Fim. Molti diritti, tra gli altri contrattazione aziendale, comitati paritetici per la verifica delle qualifiche, delega sindacale, ma pochi soldi. Una parte minoritaria ma autorevole dell’organizzazione era fortemente contraria ad accettare quella conclusione. La Fim, in un memorabile Consiglio generale che si tenne a Brescia, approvò a maggioranza l’accordo. Mitico fu Macario. Durante i lavori, mentre usciva dal salone, gli fu chiesto come andava il dibattito. Rispose: “È un casino… protestano tutti… Ci sarebbe di che dimettersi…” e fece per allontanarsi. Poi tornò indietro “… per fortuna che me ne sbatto i coglioni!”. Roba da grande leader perché, se dici e soprattutto se fai così, cioè non ti dimetti, poi devi indovinarci, altrimenti “sembri” autoritario e insopportabile. Ciò non impedì una frattura con due figure di grande autorevolezza: con Castrezzati, leader storico della Fim di Brescia che uscì dalla segreteria, e con Alberto Gavioli segretario di Modena. Carniti, che pure non nascondeva i limiti dell’intesa, guardava lontano: dall’accordo usciva rafforzato, con il diritto alla contrattazione aziendale, il potere contrattuale del sindacato, anche se tutto ancora da far valere, mentre con la delega si ponevano le basi materiali per lo sviluppo impetuoso del sindacato negli anni successivi. Certo, la gente era scontenta, gli attivisti insoddisfatti, gli aumenti retributivi erano  davvero poca cosa. Ma si può dire che anche dal risentimento e dalla delusione di  quelle conclusioni contrattuali venne la spinta che avrebbe portato all’autunno caldo, all’esplosione della contrattazione aziendale e al grande contratto del ’69.

Le condizioni c’erano. Dopo la depressione degli anni 1965-67 il ciclo economico tornava ad espandersi. E così fin dall’inizio del 1968 prese l’avvio uno dei periodi più intensi di realizzazioni aziendali della storia dei metalmeccanici. A Lecco proseguì nel 1969 fin quasi a saldarsi con il rinnovo del contratto nazionale: si fecero 240.000 ore di scioperi aziendali, che portarono a 62 accordi per circa 15.000 lavoratori. Contrattavamo tutto:  superminimi, premi di produttività e di produzione, istituzione della mensa, indennità per lavori nocivi e per i turnisti, passaggi di categoria, diritti sindacali, cottimi, organizzazione del lavoro a catena, riduzioni dell’orario di lavoro per i  turnisti, copertura della carenza per i primi tre giorni di malattia allora non retribuiti, scatti di anzianità, passaggio degli equiparati tra gli impiegati, organici, indennità di mensa e di trasferta, ambiente di lavoro, indennità per i giovani. Nascono i delegati e i Consigli di fabbrica e, qua e là, nelle categorie industriali della Cisl, si afferma una interpretazione di classe del conflitto industriale. Si professa una cultura basata su valori diversi da quelli capitalistici, per sentirci altro dal padrone, dai suoi miti e dalle sue leggi: ma nella Fim non si diventa marxisti. Gli imprenditori ci accusavano di volere la “conflittualità permanente”: ma per noi era la fabbrica moderna a produrla, noi ci limitavamo a pretendere soluzioni contrattuali temporaneamente valide

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