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Gli errori della Lega Nord sull’immigrazione

di Andrea Stuppini

Forse è inevitabile che dopo le stragi di Parigi si manifestino polemiche politiche e strumentalizzazioni, ma fanno una certa impressione le dichiarazioni secondo le quali i terroristi islamici sono arrivati sul pianerottolo di ciascuno di noi e che la sinistra italiana favorisce l’ingresso dei fondamentalisti.

A ben vedere le dichiarazioni dell’ attuale segretario della Lega Nord, sono molto simili a quelle del suo predecessore nel settembre 2001, all’indomani della strage delle Torri gemelle a New York. Non ci sono sostanziali novità nell’equazione immigrati-musulmani-terroristi.

E’ vero che la minaccia fondamentalista appare molto più grave di tredici anni fa, dopo Atoya, la metropolitana di Londra, Boko Haram, l’Isis, Charlie Hebdo e tanti altri gravi lutti che insanguinano quasi quotidianamente Africa e Medio Oriente.

Ma anche in termini di politica italiana sull’immigrazione tanta acqua è passata sotto i ponti. La Lega Nord non è più il partito che nel 2001 si affacciava sulla ribalta nazionale di governo, assumendo per la prima volta responsabilità dirette sulla gestione del fenomeno migratorio.

Questo partito ha svolto un ruolo di primo piano sulle politiche migratorie dal 2001 al 2006 e poi dopo la parentesi del breve governo Prodi, dal 2008 al 2011.

Proprio in questi otto anni sono stati commessi alcuni errori politici, le cui conseguenze sono arrivate fino ad oggi.

Errori sono contenuti nella legge generale che governa il fenomeno che è tuttora la “Bossi-Fini” approvata dal parlamento nel luglio 2002 anche sulla scorta dell’emozione provocata dagli attentati a New York del settembre precedente. Va notato che questa legge modificava solo in parte la “Turco-Napolitano” del 1998, lasciando inalterate ad esempio le parti sull’integrazione sociale; ma oltre ad una riduzione dei finanziamenti, la “Bossi-Fini” sposava in maniera volontaristica la tesi dell’ immigrazione “circolare” (cioè destinata a rientrare dopo un breve periodo, sul modello dei “lavoratori ospiti” tedeschi. Tagliava, per così dire l’erba sotto ai piedi delle politiche di integrazione, introducendo una miriade di passaggi burocratici sugli ingressi e sui rinnovi, che le stesse Prefetture hanno poi gestito con indubbia parsimonia.

Un secondo errore è quello che possiamo individuare come la contraddizione che emerge nel corso del 2003, quando il governo di centro-destra dapprima accetta la Convenzione di Dublino, imposta dai paesi anglosassoni a quelli mediterranei, con il principio che è il primo stato membro in cui i profughi arrivano a dover gestire le domande di asilo. Poco dopo il governo Berlusconi approva la più grande sanatoria che l’Europa abbia mai visto con circa seicentocinquantamila domande accolte. La mancata comprensione della distinzione tra immigrazione economica e richiedenti asilo ha una lunga tradizione nella destra europea (secondo una celebre sintesi “il richiedente asilo è solo un clandestino che ha studiato legge”; il che contiene una parte di verità, ma non fa i conti con la normativa europea, le cui conseguenze diverranno evidenti dopo la guerra civile in Libia, dapprima nel 2011 e poi nel 2014. L’illusione di poter gestire il fenomeno migratorio attraverso i decreti flussi, senza investire nelle politiche di integrazione e sottovalutando gli obblighi europei in materia di asilo si è rivelata erronea e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Il terzo errore è proprio quello di una generosa gestione della valvola dei flussi: nel lontano 1999 a Tampere, l’Unione Europea approvò uno dei primi documenti sulla materia raccomandando una gestione oculata dei flussi, ma auspicando sforzi sull’integrazione nella direzione di pari diritti e doveri. Per una serie di motivi come la pressione delle associazioni datoriali, l’Italia (e qui la responsabilità non è solo della Lega) è riuscita a fare l’esatto contrario: grandi numeri di flussi di ingresso e scarse politiche (e risorse) per l’integrazione. Anche se il dato non è molto conosciuto all’infuori degli addetti ai lavori, dopo il 2000 sono stati i governi di centro-destra a far entrare un numero maggiore di immigrati per lavoro, rispetto a quelli di cento-sinistra (quasi due milioni, contro meno di un milione e mezzo). Mentre la gestione del fenomeno dei richiedenti asilo non ha visto importanti differenze, tra il 2011 ed il 2014.

La grave crisi economica dopo il 2008 ha inciso profondamente sul fenomeno migratorio, cambiando esigenze e caratteristiche, ma le scelte di governo del lungo periodo leghista sono destinate a pesare anche nel nuovo contesto.

* (le opinioni espresse nell’articolo sono personali e non coinvolgono l’istituzione rappresentata).

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