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Lavoro Europa

 

L’intera Europa dei 27 sta attraversando una crisi economica di portata storica. Molti Paesi, Italia fra i primi, stanno cadendo in uno Stato di deflazione e di regressione preoccupanti. La stessa Germania, fino ad oggi locomotiva della nostra economia, sta rallentando il proprio sviluppo registrando il primo segno negativo del Pil sui trimestri precedenti. La Banca Centrale Europea si sta rendendo conto che la politica di rigida austerità ed il blocco della possibilità di movimento finanziario a sostegno della ripresa produttiva ci sta portando a situazioni di stallo che limitano fortemente il riaccendersi dei motori dell’economia. A fronte della forte differenziazione dei vari Stati europei è assurdo inserire in Costituzione norme che imèpediscono al Governo italiano flessibilità di intervento altrimenti possibile. Dobbiamo sempre ricordare che il nostro Pil si origina quasi il 70% nei servizi (terziario + Pubblica Amministrazione), il 3% dall’Agricoltura e il rimanente 27% dall’insutria. Altra cosa che non dobbiamo dimenticare è che la bilancia dei pagamenti è negativa: importiamo più di quanto riusciamo ad esportare. I vincoli che abbiamo introdotto nella Costituzione rendono molto difficile manovre che favoriscano gli investimenti, riducano il regredire dell’industria manifatturiera (o la sua ignobile fuga dal nostro Paese) rilanciando efficienza e produttività in tutti i settori. Per questo ho firmato e sostengo i referendum proposti dal sindacato “contro l’austerità. Perché questo? Per creare, come chiedono tutte le parti sociali (dagli industriali ai sindacati), le condizioni per un piano di investimenti pluriennale che dia respiro a tutti gli attori interessati: imprenditori, Pubblica Amministrazione, in particolare nella scuola e nella sanità. Dobbiamo puntare ad investire, a partire dallo sblocco del patto di stabilità. Patto di stabilità regionale che abbiamo concepito in Emilia-Romagna facendone una legge per consentire di mantenere in questa Regione risorse disponibili (800 milioni nell’ultimo quadriennio), ma non spendibili che diversamente sarebbero finite nella voragine dello Stato. L’Istat nel suo bollettino ha rivelato che bel l’11% delle famiglie italiane sono sotto il livello di povertà. Possiamo continuare così? Certamento no, ed è per questo che abbiamo bisogno di una politica lungimirante, di un ceto politico che sappia vedere e programmare oltre il proprio precario mandato, che sappia pensare alle generazioni future e all’innovazione permanente. Non può più esistere un’Europa di governi. La prospettiva non può che essere un’Europa federale dove le regole fondamentali (cominciano dal fisco) sono uguali per tutti gli Stati.

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